Per un Parco della Cultura e dell’Economia

a cura di OREMO DI NINO

Immaginare al giorno d’oggi una società che funzioni come un ecosistema naturale - dove ogni risorsa viene adoperata e non sfruttata, una società in cui lavoro significhi appartenenza e non alienazione, dove il paesaggio ambientale non sia solo un bene da preservare ma il luogo stesso della produzione – potrebbe apparire una illusione infantile. Eppure esistono luoghi come questi; esistono, ma sono relegati ai gradini più bassi della scala dello sviluppo poiché più lenti nella corsa frenetica alla produzione.
Sappiamo che “industriale” non c’entra niente con “naturale” e storciamo il naso se sentiamo accostare le parole “storia” e “tecnologia”
Pare infatti che ci troviamo di fronte ad un bivio: per quanto possiamo sforzarci non riusciremo mai a coniugare l’industria all’ambiente, quindi la produzione al rispetto per l’ambiente. E’ inevitabile che un’industria inquini; è inevitabile che un risorsa venga sfruttata a vantaggio dell’uomo che è riuscito a ricavarne un’energia;è inevitabile se ci riferiamo, ogni qualvolta che parliamo di sviluppo economico,al tipo di industria “classico”, quello nato dalla rivoluzione industriale inglese, l’idea dell’industria come luogo finalizzato a funzioni non pertinenti con l’ambiente esterno.
L’industria “classica” , a parte lo sviluppo tecnologico e il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, continua sempre a produrre alienazione e una elevata quantità di agenti patogeni per l’ambiente circostante.

 


Se invece parlando di industria ci riferiamo ad una serie di attività come quella turistica, avremmo in un certo senso preso le distanze da un tipo di industria parassitaria per tutto l’ecosistema socio-ambientale.
Ma anche l’industria turistica produce inquinamento: non quello ambientale, che sicuramente sarà notevolmente ridotto rispetto all’industria “classica”, ma ad un tipo di inquinamento parimenti dannoso perché anch’esso produce alienazione: quello storico – culturale.
Questo tipo di inquinamento deriva dalla perdita di appartenenza degli uomini ai luoghi che fanno da sfondo alla storia dei propri gruppi culturali. L’inquinamento, sia esso ambientale che culturale, si genera sempre da una perdita repentina di funzioni corroborate nei secoli.
Gli anni del dopoguerra hanno rappresentato il passaggio da un’economia prettamente agricola ad un’economia principalmente industriale; ciò ha portato all’immigrazione di massa dai campi alle città, fino allo spopolamento di interi centri abitativi.
L’entroterra abruzzese in particolare quello Sirentino ha vissuto in quegli anni una grave deficienza demografica; famiglie intere di braccianti hanno lasciato le proprie terre, attratti dai facili guadagni dell’ industrializzazione.
Di conseguenza la zona dell’Aterno alimentata da un’economia prettamente rurale la cui principale fonte di produzione della zona ruotava quasi tutta attorno al fiume, si è improvvisamente spenta .

 


I campi coltivati che rappresentavano la risorsa fondamentale degli agricoltori e i mulini, quali manufatti contenenti le prime tecnologie produttive che permettevano la macinazione e quindi la raffinazione dei raccolti., principali fonte di reddito della zona ,sono stati abbandonati .
Tentare di restituire linfa vitale in zone di territorio relegate ai margini dello sviluppo socio economico , coniugare la conservazione e la valorizzazione di questi , è stato il motivo che ha spinto lo Stato e le Regioni ad istituire gli enti parco.
Gli interventi sul territorio prodotti da tali enti sono stati mirati secondo una filosofia di recupero e di mantenimento, cioè di preservazione culturale e ambientale, a non intrappolare tali aree, per soli fini conservativi , all’interno della loro bellezza ambientale.
Il territorio della valle del fiume Aterno è ricco di mulini sebbene abbandonati e lasciati deteriorare .
Ma come intervenire in un contesto territoriale caratterizzato da queste presenze intese come manufatti edilizi, prodotti di una architettura rurale spontanea e popolare , costruiti come contenitori di macchine idrauliche e senza l’ambizione di volere rappresentare una tipologia architettonica?
Il Parco Sirente Velino ha subito percepito l’importanza di queste presenze e si è posto l’obiettivo di recuperarli perché mosso dalla consapevolezza che essi non sono solo il prodotto di una archeologia protoindustriale, in quanto luoghi di lavoro e di vita delle popolazioni della vallata, ma anche espressione di un mondo culturale legato all’archeologia industriale della valle del fiume Aterno. Si sta pensando, nella fase di predisposizione del piano del parco e del piano di sviluppo economico e sociale , di analizzare meglio il territorio della valle subequana e dell’aterno , già di per sé ricco di emergenze archeologiche e architettoniche . Si sta pensando non solo ad un “ecomuseo” territoriale ma anche ad un “parco culturale delle archeologie industriali “dislocate lungo il fiume .

 


Recuperare però un vecchio mulino, nato per una funzione attiva nell’economia, e relegarlo ad una semplice funzione passiva, come quella di un museo statico , o con il solo scopo di evitare la sua completa distruzione al fine di tramandarlo alle nuove generazioni , non può portare di per sé alcun beneficio. Un intervento di restauro deve mirare a ristabilire funzionalità all’interno del sistema economico del luogo; e proprio perché si sta pensando di intervenire in un’area non contaminata dalla barbarie industriale mi pare che un tale proponimento non sia del tutto utopistico. Restituire vitalità nuova significa stimolare la richiesta di funzionamento del manufatto per attività vive e pulsanti che lo rendano utilizzabile quotidianamente . Per recuperare di conseguenza non si rende necessario solo conservare, ma anche e soprattutto riusare.
Bisogna tener presente l’importanza che il singolo manufatto industriale aveva in un determinato contesto e di lì procedere ad un ripristino delle funzioni quanto più possibile vicino alle funzione originarie.
Una di queste potrebbe essere collegata alla ricoltivazione di alcuni tipi di prodotti biologici, che negli ultimi anni, da prodotti di nicchia hanno conquistato una fetta sempre più grossa di mercato.
Ma la produzione agricola, seppure limitata all’interno di un piccolo contesto territoriale, non è il solo fine al quale possono essere adibiti questi tipi di manufatti industriali.
Pensare infatti di poter ristabilire per ogni mulino la funzione originaria di macinatrici potrebbe apparire un tantino irreale se non si tengono in considerazione alcuni fattori che negli anni hanno agito sui manufatti industriali.
Un altro interessante aspetto potrebbe essere quello di destinarli a funzioni diverse quali luoghi del territorio impregnati di ragioni culturali e simbolici, quali segni del paesaggio, finalizzandoli a luoghi di sosta, di orientamento e di incontro collegati tra di loro secondo un percorso tutto legato al paesaggio circostante nel rispetto del luogo in cui essi sono stati concepiti .
Non a caso l’Ente parco Sirente Velino ha individuato alcuni di essi quali punti di sosta e di incontro in un progetto di ippovia che collega , secondo un percorso preciso e mirato , i territori dei parchi abruzzesi fino a collegare le realtà territoriali confinanti con la nostra regione .
Una ex conceria è stata recuperata e riusata quale centro per l’area faunistica del capriolo . Il recupero quindi non è stato inteso solo fine a se stesso ma inserito in un discorso economico collegato alla quotidiana abitabilità del manufatto perché inserito in un circuito agganciato ad altri spazi fisici più o meno complessi.
I mulini dunque devono rappresentare, all’interno del piano del Parco e di quello economico e sociale , strutture consolidate perché rappresentano la cultura locale e domestica, la civiltà agricola e contadina, l’espressione del mondo produttivo rurale. Luoghi di incontro e di interconnessione tra la cultura della memoria e quella dell’economia, occasione per un riuso integrato del territorio, del paesaggio in cui sono stati costruiti ed in cui sono inscindibilmente legati. 

Published on  January 26th, 2011