Metodologie soft di recupero e valorizzazione ambientale

a cura di MASSIMO LOCCI

Le zone vallive e collinari sono, in genere, interessate da insediamenti di varia natura e da una maglia diffusa di infrastrutture stradali; nella Valle dell’Aterno, al contrario, queste fasce mediane costituiscono delle isole quasi incontaminate, dove gli ambienti naturali pur di ridotte dimensioni sono strettamente relazionati alle attività antropiche. Realtà medio-alte per valenza paesaggistica ma notevolmente diversificate per morfologia, per presenza di elementi peculiari, per i differenti rapporti che si instaurano con le attività antropiche. E’ possibile, nell’arco di pochi chilometri, passare dagli ambiti di alta montagna a quelli vallivi e individuare relazioni tra le parti attraverso svariati corridoi storico-ecologici, diversificati per tipologia e qualità. Sono presenti sia fasce naturalistiche di forte impatto, quali le rive fluviali, le gole rocciose ricoperte di vegetazione, le sagome dei rilievi montuosi sia sistemi realizzati dall’uomo, quali i gradonamenti per l’attività agricola, le cantine-grotta e i pergolati di mezzacosta, i manufatti di archeologia industriale, i sistemi difensivi; realtà da sfruttare e potenziare con opportuni interventi di riqualificazione.
La ricchezza risiede nella possibilità di creare una rete ecologica molto articolata che deve necessariamente comprendere l’attività agricola nelle misura di salvaguardia ambientale. Anche se non può essere intesa come comparto “produttivo”, infatti non garantisce un reddito sufficiente, l’agricoltura in questo contesto diventa strumento di tutela: attualmente le terre sono in gran parte abbandonate e ciò comporta un degrado in termini ambientali oltre che paesistici e storici. Tale fenomeno deve essere corretto, intendendo l’attività agricola anche come integratore dell’offerta turistica. Separate dalla originaria funzione produttiva le attrezzature territoriali, costruite dall’uomo nei secoli, possono assumere un nuovo ruolo di testimonianza attiva della cultura antropologica. La valorizzazione non avrà, di conseguenza, solo un orientamento prettamente storico e finalità estetiche ma può consentire una riqualificazione ecologica complessiva.

 


La fruizione turistica è però connessa con le reti infrastrutturali, che in genere entrano in conflitto con il contesto ambientale: nell’area, come testimonia l’attenta analisi svolta negli anni scorsi (Cfr. lo studio “il treno dei parchi” condotto per la Regione Abruzzo) il collegamento ferroviario potrebbe assumere il ruolo di struttura di supporto ad un’area ricca naturalisticamente e al contempo fungere da motore per lo sviluppo di nuove realtà produttive e per una economia sostenibile. Il potenziamento della linea ferroviaria consente di sfruttare le stazioni esistenti , integrandole con nuove architetture, quali porte di accesso alle riserve naturali oltre che ai centri abitati. Una migliore connessione ferroviaria tra i centri permetterebbe, inoltre, di alleggerire il traffico su gomma, che rappresenta esso stesso una fonte di inquinamento.
Una tipologia di degrado abbastanza diffusa nell’area, anche se difficilmente percepibile, è il depauperamento naturalistico, causato dall’abbandono del governo del territorio, dallo sfruttamento indiscriminato della risorse boschive e dagli incendi, che hanno determinato l’impoverimento sia della flora sia e della fauna. Aree critiche circoscritte, dove sono presenti anche alcuni elementi di disturbo in un ambito scenograficamente e naturalisticamente eccezionale. Infine il tema della compatibilità tra aree protette e infrastrutture, presenti e di programma, che si ritengono indispensabili per lo sviluppo economico, porta ad ulteriori riflessioni sul loro impatto nell’ambito di studio e all’interno del sistema appenninico (Cfr. lo studio Appennino Parco d’Europa condotto per il Ministero dell’Ambiente).
L’area presenta una pluralità di interessi che riguardano sia la posizione territoriale, a cavallo tra più sistemi di aree protette, sia le specifiche valenze morfologiche e geografiche, che comprendono la fascia valliva dell’Aterno ed i massicci appenninici.
Attraverso la ricognizione nel territorio fisico (componenti paesistiche, orografiche, lettura degli insediamenti costruiti e degli ambiti naturalistici) è stato possibile leggerne le pecularietà. Lo studio, sviluppato all’interno di un seminario di progettazione all’Accademia dell’Aquila, si è preliminarmente fondato sull’indagine conoscitiva dello stato di fatto, sull’evoluzione dell’habitat (naturale ed antropico), sulla lettura del sistema storico-testimoniale e sull’individuazione dei piani e dei progetti in atto, in modo da consentirci di tracciare un buon quadro conoscitivo dell’area. Nella prima fase sono state sistematizzate e valutate criticamente le risultanze delle analisi. L’obiettivo successivo è coinciso con la redazione di una mappa delle vocazioni e delle criticità del territorio che, a sua volta, ha fornito gli elementi di base per l’impostazione progettuale di un ambito pilota di valorizzazione, il castello di Beffi nel comune di Acciano.
Tre gli aspetti peculiari emersi: la diversità di ambienti naturalistici e antropici, la limitata trasformazione dell’habitat, in particolare la scarsa dotazione di infrastrutture viarie, e la sua collocazione geografica al margine di vaste aree protette; questi tre fattori interagiscono tra loro proficuamente tale che si può ipotizzare di ottenere una doppia rete di connessione ecologica con i parchi di rilevanza nazionale e con ambiti antropici da valorizzare, centri storici, manufatti di archeologia industriale, preesistenze agricole, tutti punti favorevoli per uno sviluppo economico eco-sostenibile.

Ipotesi metaprogettuale di intervento nel castello di Beffi

 

In considerazione del delicato equilibrio ambientale ed antropico si è pensato di effettuare un intervento non costruito ( realizzato con il minor numero di strutture edilizie) ma significativo sotto il profilo critico-interpretativo del contesto nonché rilevante nella comunicazione visiva. Un intervento, a cavallo tra paesaggistica e Land-Art, capace di rappresentare il senso del mutamento, il trapasso dalla tradizione rurale alla proiezione turistica attuale, dall’attività produttiva per la sopravvivenza alla nuova condizione di produrre per preservare i valori, le memorie, la cultura del luogo. La condizione post-moderna e globalizzante lascia pochi spiragli di salvaguardia, uno coincide con questo proposto di valorizzazione estetico-percettiva dell’ambiente e pertanto in chiave artistica
Tra i modi e gli spazi per la fruizione dell’Arte il più attuale è quello adottato nel Guggenheim Museum di Bilbao; soluzione che sovverte l’abituale esperienza visiva: nell’articolazione degli spazi, aperti sull’invaso principale e comunque espositivamente corretti, esso rigetta la consueta sistemazione museale e risponde integralmente alla moderna sensibilità. Il rifiuto della sacralità e della retorica istituzionale dimostra che l’esperienza artistica non è solo elitaria e riservata ad un pubblico di iniziati.
La soluzione che si intende proporre per il Castello di Beffi non avrà relazioni formali e compositive con l’esempio spagnolo ma ne sposa i contenuti teorici, attualizzandoli rispetto ai nuovi e più complessi orientamenti delle arti visive. Si prevede di individuare un ambito baricentrico, all’interno del nucleo storico, per cogliere simultaneamente la compresenza delle parti e per capirne le interrelazioni. Nel nuovo organismo agli spazi per le attività quotidiane e tradizionali si affiancheranno gli ambiti deputati alla fruizione delle diverse forme di esperienza estetica (musica, danza, teatro, mostre); un sistema integrato con persone trasmigranti da un evento all’altro. L’organizzazione spaziale esprimerà una continua tensione fra la capacità di accogliere e/o produrre iniziative nei contesti specifici e la possibilità di farli espandere al di là dei propri confini fisici: un’esperienza estetica integrale capace di condurre ad una diversa concezione artistica per consentire azioni “per la gente e fra la gente”. In sintesi un dono, o un risarcimento, che la cultura, gli artisti, gli attori fanno alla comunità, al paese, al territorio.
La prima sollecitazione, giungendo nell’area a metà giornata, è di tipo sensoriale: la luce abbacinante corrode e smaterializza i volumi, la superficie dei muri degradanti e la massa della torre appaiono levitanti; il silenzio dello spazio inanimato si contrappone al sibilo del vento e al rumore del fiume in fondo alla valle. Una seconda componente è rappresentata dal gusto, quasi romantico e pittoresco, di concepire le preesistenze, ormai prive di funzione, e i muri diruti come frammenti materici per costruire nuove configurazioni architettoniche a scala di paesaggio.
Immediatamente attratti dalla consistenza quasi “primitiva” del castello di Beffi, è emersa la volontà di un recupero innovativo (fuori dai canoni) degli spazi esistenti, tutti fortemente connotati e dotati di marcata espressività. Spazi selezionati dalla storia e da restituire alla contemporaneità; ambiti antropici appartenenti alla memoria del luogo, alla tradizione costruttiva, alle originarie esigenze lavorative e idealmente “sezionati” con l’intento palese di capire dall’interno come sono costruiti, per coglierne i nessi strutturali.
In una fase successiva, dopo aver preso coscienza della realtà nascosta, si è messa in gioco l’energia creativa, combinando elementi eterogenei, nuovi e preesistenti, per far vivere nel borgo un nuovo organismo composito. Si è ipotizzato che nello spazio semidiruto del castello, nucleo generatore e cuore pulsante del sistema, si confrontino più operatori artistici per realizzare un’opera unitaria. Concepita in termini di massima flessibilità, essa dovrà essere capace di istituire relazioni sempre nuove, conferirgli caratteri di volta in volta diversi, trasferire e ampliare all’esterno l’informazione, creare eventi successivi e simultanei, assicurare continuità, compresenze, simultaneità, nonché deroghe ludiche, relazioni polisensoriali fra il visibile e l’invisibile, contaminazioni formali e di tipo materico.
Capire e prefigurare un grado di trasformabilità di un territorio implica la coniugazione di sensibilità poetica e di razionalità, processo di individuazione di segni e immagini comuni su cui si innesta il portato individuale, le proprie memorie. L’autorità dell’arte deve qui essere intesa come la conseguenza di una molteplicità di valutazioni e di giudizi formulati secondo gradualità scalari diverse: dai tracciati che lo alimentano alle circostanze emozionali che più direttamente interagiscono con l’evento.
Nelle nuove ricerche figurative lo spazio per il confronto è il prodotto apparentemente casuale di istanze autonome, di ottiche estemporanee. In questa logica non può esistere un’unica regia del sistema, un presupposto di modello razionale: il nuovo si esprime attraverso regole aleatorie che si oppongono alla univocità ed alla razionalità della programmazione onnicomprensiva. L’espressione artistica si struttura in tal senso come un percorso per immagini, attraverso la geografia dei concetti, situandosi al margine tra una visione che si interroga sull’origine degli eventi, e una proiezione tendente a formulare leggi per il mutamento. Fra tutte le correnti artistiche contemporanee la più innovativa è proprio la Land–art in quanto risulta affrancata da condizionamenti rappresentativi e in quanto non esprime certezze anche quando punta ad esprimere significati simbolici.
Si prevede di programmare tre tipologie di intervento artistico, da sovrapporre a quelli più strutturanti sul patrimonio architettonico e sulle attività produttive, che in parallelo e quale conseguenza logica spontaneamente andranno ad attuarsi. Il primo riguarda il sistema difensivo territoriale. Si ipotizza di creare, attraverso raggi laser policromi, connessioni fisiche (una rete figurata) tra i diversi castelli e torri della valle dell’Aterno, con finalità didattiche ed estetiche. Il secondo intervento fa riferimento alla tradizione letteraria e alla cultura etnografica del luogo, ai cicli della vita, ai ritmi produttivi, e si attuerà con rappresentazioni teatrali ed happening che possono coinvolgere anche gli spettatori. Il terzo intervento riguarda la lettura morfologica del sito e si attuerà attraverso elementi polisensoriali, diversificati nell’arco delle stagioni e della giornata, quali scenografie di luci, suoni, giardini olfattivi.
Il linguaggio espressivo, definito da una apparente complessità di segni, si esprimerà attraverso tracce articolate e razionali, con preordinati gradi di saturazione e precisazione, ora legate alla preminenza dei valori dinamici ( gli attori o gli spettatori migranti) ora legate alla matericità ( colore-luce , masse arboree, raggi laser).Le immagini, moltiplicate all’infinito, definiscono una serie di rimandi da sè all’opera, dall’arte al ciclo della vita. Non esistono schemi compositivi fissi ma una capacità di assemblare segni spazialmente estesi per formare nuove polarità morfologiche.
Ragione e mito si incontrano sul terreno degli archetipi, quale processo di individuazione di segni e immagini comuni all’inconscio collettivo, su cui si innesta il portato individuale con le proprie memorie, situazioni, luoghi, paesaggi. L’invito alla scoperta è manifesto e rappresenta il fine dell’indagine, la tesi della dimostrazione scientifica. Lo spettatore è dunque invitato a speculare sulla connessione tra due poetiche: immedesimazione nella Natura e nella grammatica delle origini, coincidenza tra sistema dell’Arte e storia quotidiana. Metafora esistenziale del ciclo della vita l’opera rappresenta nella propria distanza fisica, tra il luogo di contemplazione e l’obiettivo da raggiungere, il nesso teorico interpretativo degli eventi. Rispettare i valori storico-culturali del proprio ambiente è indispensabile per prendere coscienza del processo e con essa quello dell’esistere. La metodologia progettuale è sintetizzabile in un lavoro sul patrimonio umano, sui diversi caratteri culturali e indirizzi in cui la prospettiva estetica si allarga ai fattori sociali e alla cultura moderna. Una ricerca autonoma che propone un approccio unitario tra verifiche teoriche e prassi.
Le installazioni rifiutano il mimetismo ambientale, anche se il bagaglio iconico è costituito essenzialmente da forme libere come nella sfera naturale. La logica del frammento, attraverso l’allusione , la sospensione e l’ambiguità formale ci mostra la verità dalla parte di quanto è celato o se si vuole dalla parte della storia assente, della rovina. La sua forza è nella capacità di coinvolgerci totalmente nell’opera e di farsi gioco delle consuetudini, spiazzando la visione ora sul particolare, ora sul generale. La nuova unità organica conferisce valore all’opera trasformandola in luogo eletto in cui si addensano forze naturali e valenze sociali. Una unità inscindibile tra segno e materia, tra luce e forma, tra dentro e fuori, che definisce un bivalente paesaggio artificiale .
L’intervento, più che un capriccio arbitrario, risulta essere un esercizio di libertà condizionata: simbolicamente forte o genuinamente popolare; ha un carattere di monumentalità laica, sia per la forma aperta, sia per l’adesione al linguaggio della aleatorietà. Ulteriori processi di trasformazione sono legati, come si è detto, agli inserti di materia colore (masse arboree policrome e architetture di luce) e alla incisione segnica (raggi laser e prismi di rifrazione ottica). Un working-progress con addizioni e sottrazioni di parti che segue un codice sintattico rigoroso e che, volutamente, non giunge alla saturazione. E’ la pratica dell’assemblage sviluppato ed espanso a scala territoriale.
L’adesione al linguaggio della casualità e del “non finito” mette questa esperienza in sintonia con le culture antiche, dal preistorico al Barocco, con le correnti astratte ed espressioniste dell’avanguardia contemporanea. Entrare nel gioco rappresenta, per gli attori-spettatori, una forma di violazione del privato, entrare nella curva del desiderio, sconfinare nell’estetica, disperdersi nell’immaginario. Dal contenitore della storia, più che la citazione fedele a vicende o ambienti si è inteso recuperare le tensioni e le condizioni che si pongono in sintonia con la propria esperienza esistenziale. Il processo di immedesimazione nel luogo non può spingersi oltre e lo sguardo rispettosamente si ritrae per indagare il processo 

Published on  January 26th, 2011