La pietra bianca “del Poggio”
di Marco Manilla Foto di Silvia Messotti
Le
origini storiche del castello di Poggio sono da ricercarsi nei secoli
intorno al Mille: il primo documento che lo cita risale al 1173. Podio
de Picentia faceva allora parte del Gastaldato di Forcona e si presentava
come un castello cinto da mura fortificate, con “sei torri di cui
ben alta al centro”.
E' molto probabile che già a quell’epoca le cave di pietra
bianca fossero state scoperte e utilizzate per la costruzione di questo
e di altri castelli vicini. alcuni autori ipotizzano che l’utilizzo
di tali cave dovette avere inizio nel tardo impero data la vicinanza di
queste con la città romana di Aveia. Di certo la più antica
testimonianza dell’utilizzo di tale pietra ci è fornita dalla
taverna medievale in via Umberto I a Poggio Picenze risalente al XIII
sec.
è questa dunque la data da considerare, se si vuole stabilire in
modo certo l’inizio dell’attività estrattiva della
pietra.
Il primo documento che cita esplicitamente le cave di Poggio Picenze è
del 1447. Si tratta di un contratto rogato dal notaio Antonuccio di Luzio,
molto significativo perché prova l’importanza economica che
già a qual tempo avevano le cave. Esso è stipulato tra il
“massaro” (sindaco) del Poggio dentro le mura “intus
civitatem”, e quello del Poggio fuori le mura, “extra civitatem”,
per la spartizione dei pascoli e delle cave di pietra. L’Aquila
risultò un insieme composito ed eterogeneo delle comunità
dei diversi castelli, le quali pur unendosi, mantennero una propria specifica
identità, e stretti rapporti con i “cittadini extra civitatem”
dei borghi d’origine. Infatti i motivi che portarono alla fondazione
della città, avvenuta nel 1254, possono essere ricondotti essenzialmente
all’insicurezza e all’isolamento politico ed economico dei
borghi medievali appartenenti ai contadi di Amiterno e Forcona. Gli uomini
del Poggio si stabilirono nel quartiere di S. Maria di Paganica, come
risulta da uno strumento del 1376, di notar Antonio di notar Giovanni
(Archivio di Stato dell’Aquila).
Dai pascoli e dalle terre del contado L’Aquila riceveva la lana
e lo zafferano che la resero ricca e potente siano a tutto il XV sec.,
tale da essere considerata un libero Comune, e da farle ricevere speciali
privilegi e favori dai sovrani del Regno di Napoli.
Poggio Picenze poteva però dare qualcosa di più, e cioè
la sua pietra bianca che insieme a quella delle cave di S. Silvestro divideva
i favori dei committenti. Le caratteristiche fisiche di questa pietra
la resero idonea non solo per la composizione di portali, finestre e cortili
dell’architettura civile dell’Aquila e del contado, ma anche
per le creazioni dei più grandi scultori dell’epoca.
All’aspetto candido e gentile essa accomuna una buona resistenza
meccanica ed una facilità e docilità di lavorazione.
“Ottima, indurando all’aria mantiene bella politura”,
così il Bonanni descrive la metamorfosi cromatica dovuta agli agenti
atmosferici che la rivestono, con il trascorrere del tempo, di una tenue
patina protettiva, color d’oro.
Altri storici locali si sono occupati di questa pietra, e così
il Signorini la definisce “bianca finissima pietra calcaria”
e il Bonanni la vuole “superiore a quella di Tivoli in finezza di
grana e in pregio di candidezza”. Interessante è anche il
giudizio dell’Abbate che definisce “notevole per le molte
impressioni di conchiglie fossilifere che vi si trovano”.
Dal punto di vista geologico la spiegazione della presenza di affioramenti
calcarei nella valle dell’Aterno ci è data da C. Merlo il
quale afferma: “dei terreni terziari sono largamente rappresentati,
nella conca aquilana, anzitutto i calcari dell’Eocene, generalmente
compatti cristallini, bianchi di scaglia. Compaiono al margine nord--occidentale
della conca aquilana superiore, si ritrovano nella valle di S. Giuliano
a nord della città, nella regione di Camarda e di Poggio Picenze”.
Nel 1477 Tommaso d’Acra, arciprete di S. Vittorino, convenne con
Silvestro d’Ariscola “di fare un battistero per S. Biagio,
di pietra del Poggio, con varie figure a norma del disegno”.
Silvestro d’Ariscola, allievo di Donatello, fu l’artista e
lo scultore abruzzese più insigne del XV sec., dotato di una spiccata
personalità artistica, tale da porlo alla pari con i più
grandi scultori del suo tempo. La sua figura e la sua opera influenzarono
tutta l’arte e l’architettura aquilana, mostrando, ancor più
dei documenti, il livello economico e culturale raggiunto dalla città.
Silvestro incontrò un ambiente favorevole allo sviluppo del suo
talento nell’apertura mentale della borghesia aquilana, abituata
ai traffici commerciali anche con il nord-Europa, nella presenza di mecenati
e “protettori delle arti” come messer Iacopo di notar Nanni,
e nel desiderio degli aquilano di case belle ed ornate, di cui “ogni
cittadino è desideroso di averne e di fabbricarne: et pongono più
studio in avere un bel palazzo che una grossa facultà”.
Silvestro scolpì con la “preta gentile del Pogio”,
come egli stesso la definisce, il monumento al cardinale Agnifili per
il quale commissionò al maestro delle cave di Poggio Picenze la
pietra per “la porta dove vole essere intalliata la nostra donna,
de un pezzo, e li piloni da canto, dove è intalliata la figura
de Sancto Massimo et de Sancto Giorgio, tutti e due de un pezzo”.
Ed ancora ricevette l’incarico per un tabernacolo in pietra del
Poggio, per la chiesa di S. Maria di Bagno che però, come afferma
M. Chini, fu compiuto dal suo più valido aiuto, Francesco da Trugi.
Anche il cortile di palazzo Benedetti, che inaugurò la serie dei
cortili rinascimentali aquilani, fu progettato dal nostro Silvestro che
ancora ricorse alla pietra del Poggio; così come per altre opere
commissionategli da messer Iacopo di notar Nanni, tra cui il frontespizio
della chiesa di S. Maria del Soccorso. Gualtirus de Alemania, scultore
teutonico che operò nel Duomo di Milano, fu l’autore del
monumento Camponeschi nella chiesa di S. Giuseppe all’Aquila e di
quello Cantelmi Caldora alla Badia presso Sulmona. Anche costui utilizzò
la pietra di Poggio nell’esecuzione di tali opere, che segnarono
il passaggio dal gotico al rinascimento.
Nell’architettura
civile notevoli restano gli impieghi di detta pietra per numerosi portali
e finestre, tra cui quelle che Mattuzio Pasquale di Machilone nel 1487
ordinò allo scalpellino Pietro di Giampietro di Poggio Picenze,
perché gli facesse “duas fenestras de preta de Podio Picentiae
ad similitudinem aliarum fenestrarum sistentium in domo dicti Mactutii,
ubi ad presens habitare dixit”.
Lo stesso scalpellino Pietro del Poggio è l’autore del grazioso
cortile di casa Vespa, famoso per la sua singolarità e per la presenza
sul capitello dell’unica colonna, “di un ritratto barbuto
che può essere o la canzonatura dello scalpellino umorista a danno
di un compagno di lavoro, oppure l’autocaricatura del maestro impegnato
a far parere grande una costruzione che era molto modesta”.
la pietra del Poggio venne utilizzata nei grandi palazzi dell’epoca,
come palazzo Nardis, con il suo maestoso scalone in pietra bianca, o come
Palazzo Alferi con la sua architettura gotico-rinascimentale. Non di minore
importanza fu l’utilizzo di questa pietra nell’architettura
civile in paesi come Navelli, Santo Stefano di Sessano, S. Eusanio, Fossa,
ecc.
Se osserviamo come la pietra sia un elemento fondamentale nell’architettura
dell’Abruzzo montano, mentre in quella dell’Abruzzo costiero
e collinare prevale l’uso del mattone, dobbiamo inserire la pietra
del Poggio nella più vasta cultura architettonica legata all’utilizzo
di tale materiale. Legate ad un’urbanistica omogenea, le diverse
qualità fisiche e chimiche delle pietre, oltre che alla variabilità
spontanea ed ad una sostanziale autosufficienza tecnologica, diedero luogo
ad una molteplicità di profili stilistici.
Così le pietre di Campotosto e di Montereale per la loro friabilità
e quelle di Assergi e Capestrano per la loro eccessiva durezza, non permisero
che povere espressioni stilistiche, mentre la pietra di Poggio e di S.
Silvestro di Collebrincioni per la loro bassa porosità e buona
compattezza, permisero la creazione di autentici capolavori artigianali.
L’utilizzo della pietra, in ogni caso, consentì uno sviluppo
omogeneo delle strutture urbanistiche e di quelle architettoniche, come
ad esempio “la serie dei portali aquilani con il toro esterno (...)
variata solo per le luci, per l’imposta dell’arco con toro
trasversale e per la lavorazione di elementi di base”.
Nel XVII sec. all’Aquila l’artigianato legato alla lavorazione
della pietra si espresse nella costruzione di portali e finestre con misure
standard di cui tipico esempio ci è dato dalle finestre di Casa
Mari, in via S. Flaviano, anch’esse in pietra del Poggio.
Questa era stata preziosa nel sottolineare la tipicità e la singolarità
dello stile gotico-romanico e di quello rinascimentale aquilano, soprattutto
per gli effetti cromatici: ora, grazie alle sue potenzialità plastiche,
essa permise di esaltare la preziosità delle decorazioni barocche
e di evidenziare la severità delle facciate neoclassiche.
Le condizioni storico-politiche erano però mutate: il bisecolare
dominio spagnolo fece perdere smalto e vitalità alla città
dell’Aquila, che vide allentarsi i rapporti economici con il contado.
L’infeudazione spagnola, avvenuta nel 1529, non solo fece perdere
alla città la sua già relativa indipendenza, ma finì
col creare una classe nobiliare che poco aveva a che fare con il dinamismo
della borghesia aquilana del ‘400.
La gravità delle tassazioni, il malgoverno, l’immobilismo
e la regressione delle strutture sociali, furono elementi negativi speciali
del Regno di Napoli, anche se il resto della penisola attraversava una
crisi economica e politica che dipendeva dalla mutata congiuntura internazionale.
Questo quadro negativo non bloccò la costruzione di splendidi palazzi,
come testimoniato dalla serie di palazzi barocchi aquilani.
Erano
però cambiate le fonti economiche che ne permettevano la costruzione,
non più legati ai proventi dei traffici di lana e di zafferano,
ma alle rendite fiscali provenienti dai feudi del contado.
I palazzi del XVIII sec. sono comunque posteriori al terribile terremoto
del 1703, che distrusse l’intera città.
Ai lutti e alle rovine che esso causò, seguì un fervore
ed una nuova vitalità, che portarono alla costruzione di numerosi
palazzi ed al restauro delle antiche chiese. Nel XVIII sec., tra le opere
vennero costruiti palazzo Centi, palazzo Quinzi e la chiesa di S. Maria
del Suffragio.
Ed in questi anni si comincia a parlare non più solo di mastri
cavatori, ma anche di mastri scalpellini del Poggio, che eseguono direttamente
opere anche notevoli. Nel 1673 Sante Damiano si impegnava col capitolo
di S. Massimo “per fattura di colonne in pietra del Poggio”
(Archivio di Stato dell’Aquila).
Nel 1687 mastro Giuliano veniva a convenzione con la confraternita della
chiesa del Suffragio per alcuni lavori. Nel 1755 mastro Bernardino Grimaldi
eseguì dei pilastri per la chiesa delle Anime Sante e nel 1763
la cappella di S. Emidio commissionava le colonne dell’altare ad
Innocenzo e Ferdinando Rainaldi. Altri maestri vengono citati, come Carlo
e Antonio Vitano o Bernardino Ventura. Tra il XIX sec. ed i primi decenni
del XX, le opere più significative compiute in pietra del Poggio
furono i Portici Federici e la chiesa di Cristo Re.
Numerosi restauri eseguiti da maestri scalpellini locali, come il muro
laterale della fontana delle Novantanove Cannelle, o il tabernacolo della
duecentesca chiesa romanico-gotica di S. Pellegrino a Bominaco, interamente
rifatto nel 1936 da Domenico Biordi. Ed ancora le sistemazioni della chiesa
e della piazza di Santa Maria di Paganica, della piazza e della fontana
di S. Marciano o del palazzo Arcivescovile, sempre a L’Aquila, vennero
compiute da Amedeo Rainaldi, Gino Iovenitti, Germano Ranieri e Tommaso
Biordi Venturino.
Ancora negli anni Quaranta a Poggio si contavano una ventina di scalpellini.
L’emigrazione prima e l’avvento dei nuovi materiali da costruzione
poi, ridussero drasticamente la richiesta, il che comportò la scomparsa
di un’attività economica ed anche di un importante settore
della storia e del costume non solo di Poggio Picenze.
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