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Le cave svelate
Di Massimo Pica Ciamarra
Nel paesaggio di Poggio Picenze le cave appaiono quasi come un fenomeno
naturale. Quelle più antiche con struttura conica a cratere,
e quelle più recenti diversamente conformate del mutare della
tecnologia estrattiva.
Anche se prodotte dall’uomo, queste scabre simbiosi tra mondo
artificiale e mondo naturale, sembrano appartenere alla natura,
nello stesso modo in cui giganteschi termitai o grandi erosioni
microbatteriche sono certamente per noi opere, costruttive o distruttive,
naturali.
Spesso leggiamo, o cerchiamo di comprendere l’operare oggettivo
del mondo naturale, i suoi segni ermetici, secondo nostri codici
interpretativi. Ma di per se stessa la natura inanimata semplicemente
è, anche se segnata dalle linee di forza che l’hanno
formata.
L’espressione di queste energie ed il rapporto dimensionale
che si stabilisce, nelle macro come nelle micro dimensioni, produce
emozioni o comunica sensazioni che in realtà scavano nell'inconscio,
al di fuori di ogni volontà precostituita.
Nella connotazione generalmente positiva che attribuiamo ai fenomeni
naturali è insita una sorta di rassegnazione, o forse di
fiducia ancestrale. La natura, l’ambiente sono la realtà
nella quale siamo immersi, che modifichiamo coscientemente, il più
delle volte senza comprenderne il senso, ma verso la quale l’opinione
comune conserva un rimpianto, perché la condizione naturale
è comunque sinonimo di un benessere da tempo perduto.
Alle conformazioni naturali non sempre però si riconoscono
caratteri positivi o piacevoli: una frana, un’eruzione, un
ciclone possono aver sconvolto l’ordine abituale o il caos
del paesaggio naturale, produrre emozioni collettive, renderlo “brutto”
o “bello” nei giudizi individuali.
Al contrario, i segni artificiali contengono intenzionalità
comunicative, organizzano linguaggi, dialogano con i segni naturali,
privi di significato come elementi in sé, ma se coinvolti
e strutturati in un diverso lattice di relazioni.
L’architettura gioca sempre, e sapientemente, fra l’affermazione
del suo linguaggio interno - sostanzialmente concettuale, astratto,
apparentemente autonomo - ed il suo intreccio con i segni preesistenti,
sia artificiali e già dotati di una loro interpretabilità;
sia naturali, privi cioè della volontà di trasmettere
idee od emozioni.
Nel ricoinvolgere segni preesistenti, li contestualizza diversamente,
li include come elementi di un proprio linguaggio generale, li considera
frammenti di un discorso più ampio che forma, scopre o rivela,
in quello spesso istante.
I termini del rapporto fra morfologia (naturale e/o artificiale)
e progetto, fra valenze delle forme dei materiali architettonici
e l’intorno, si presentano in modi diversi, secondo forme
differenti, con alterne prevalenze.
Dalla sistemazione degli spazi naturali, le prime forme di protezione
e di separazione dall’esterno vanno dalle costruzioni in terra
con le loro ricche tradizioni storiche e popolari, all’uso
della pietra e della materia lavorata: a volte, lo scontro, o l’intreccio,
fra la rigida astrazione dell’architettura e le molteplicità
e mutevolezze della natura perviene ad un ordine mai esistito prima,
nel quale si esprime la specificità delle soluzioni e l’appartenenza
dell’architettura al suo luogo.
Negli spazi, sulle superfici, nei recinti o attraverso i filtri,
i ritmi ed i reticoli, i diaframmi e le mediazioni dell’architettura,
si inquadrano e si esprimono gli elementi e gli spettacoli della
natura.
Vi sono espressioni architettoniche che programmaticamente sembrano
scindere il mondo naturale da quello artificiale; e comunicano al
tempo stesso intenzioni opposte, che giocano nella continuità,
nel rapporto con la natura, nel mutuo dissolversi di architettura
ed ambiente. E ancora, capziose e captanti espressioni ambigue:
se sembrano esprimere autonomia, contemporaneamente si fondano sul
rapporto con il paesaggio, incluso come elemento essenziale del
proprio disegno, e dal quale traggono motivazioni e preziose radici.
la storia dell’architettura anche nel nostro Paese è
ricca di singole fabbriche che si aprono alle grandi dimensioni
della natura. Emblematicamente possiamo ricordarne alcune, contraddittorie,
vicine nello spazio ma lontane nel tempo, ma fra loro legate dal
senso di immenso che ispirano: a Capri, la casa Malaparte di Adalberto
Libera, adagiata sulla roccia e lanciata verso l’orizzonte,
esprime l’energia del costruire in provocatoria ricerca di
un legame, inscindibile fra spazio e materia. La “gradonata
totale” e la bianca “vela impietrita” regolano
l’apertura dello sguardo nel tempo: l’emozione spaziale
rimanda al rapporto con l’infinito, specifico di questo sasso
iscritto o sospeso fra cielo e mare.
Le ville del Palladio, geometrie perfette ma contemporaneamente
spregiudicate, con i bracci protesi a disegnare ed inglobare simbolicamente
il mondo esterno: l’atto del costruire è originato
e giustificato soltanto dalla volontà di separare alcune
funzioni o alcune parti dal contesto generale, ma nello stesso tempo
a volte contiene la volontà di ristabilire continuità
fra interno ed esterno, fra artefatto e natura. Ricerca coincidenze
simboliche. A Baia, contrapposto ai luoghi elevati, il “tempio”
di Mercurio rappresenta una architettura sepolta, antinomia fra
segregazione totale dal mondo esterno e sua piena identificazione.
Mattoni e pietre non sono le sole materie che conformano questa
costruzione: le aperture nella cupola cosmica captano e materializzano
la luce che assume spessore conoscitivo, si adagia sulle pareti
rivelandone la concavità o infrange la superficie d’acqua
misurando la profondità. Raggi, riflessi e rinvii mutano
durante il giorno, e le categorie del finito e dell’infinito
sembrano convergere sulle pareti.
A volte corpo, a volte recinto, a volte cavità cioè
con fondamento di forma profondamente diverso, queste architetture
hanno obiettivi in un certo senso analoghi, protese, per dirla con
Boullée, a “mettere in opera la natura”.
Di fronte alle cave di Poggio Picenze gli interrogativi e le questioni
sono molte. con questa pietra sono state formate antiche costruzioni
del paese così come i massi/sculture, gli impasti informali
e le compenetrazioni formali contemporanee che ne hanno di recente
pervaso l’abitato. la storia di questa pietra è lunga
radicata alla memoria di abilità artigianali scomparse. di
metodi ed organizzazioni sociali che hanno dato origine alla serie
continua, forse centinaia di buche conico-circolari grandi e piccole
sparse sulla Petrara, a Collardoso, una configurazione che emerge
nella piana circostante. C’è da domandarsi se un’attività
estrattiva debba essere necessariamente priva di intenzioni segniche.
Come nelle terre dell’altro emisfero, in tempi imprecisati,
si sono disboscate zone alberate creando disegni simbolici con volontà
di comunicazioni extraterrestri sagome umane o segni misteriosi
ma riconoscibili come espressioni di una razionalità o di
una cultura profonda; in termini diversi, ma in un certo senso analoghi,
le bianche pareti delle cave ai margini del bosco possono svilupparsi
con esiti formalmente determinati, per costruire un sistema espressivo
unico, capace anche di accogliere un domani attività organizzate.
Ovvero, possono integrarsi con altri elementi della natura, con
l’acqua, la vegetazione, la fauna o la presenza di animali
in semi-isolamento.
L’attività estrattiva sfrutta un’area, ne ricava
gli elementi di base per le “pietre svelate”: ma nell’abbandonarla
per ricominciare altrove, può lasciare un territorio intelligentemente
espressivo, forse anche utilizzabile. Alla ingenua ma razionale
antica attività estrattiva, si può aggiungere una
intenzionalità espressa, lo sviluppo di un programma che
non si esaurisca in sé stesso, ma che ne sia derivazione
colta.
Nei disegni de sei gruppi di architetti chiamati a contribuire ed
a proporre reinvenzioni, a svelare il sistema delle cave di pietra
di Poggio Picenze, si annidano volontà contrapposte e si
attiva una dialettica serrata fra il luogo ed il progetto, il più
delle volte attraverso linguaggi fra loro eterogenei. Gli obiettivi
sono molti, diversi, si gioca con compresenze e sistemi plurimi.
Il recupero delle antiche cave si disegna anche o soprattutto con
nuovi momenti costruttivi tesi a caratterizzare siti “storici”,
a configurare spazi “per via di levare”, a costruire
immagini “per via di mettere”, ad inglobare in programmi
più ampi le già grandi cavità, ad affiancare
giochi d’acqua, meridiane e giochi di luce, variazioni stagionali
essenze arboree, giardini tematici, riappropriazioni, manufatti
in pietra, musei, memorie, sensazioni immateriali, luoghi urbani
nella campagna, spazi scenografici, quadri naturali, colline artificiali
con i detriti di scavo, punti di osservazione, funzioni, compresenze
e coesistenze, ordini geometrici, trame di relazioni e di valori,
margini, recinti, significati, documenti del passato, laboratori
del futuro: si immaginano luoghi mai esistiti, si sognano spazi
fantastici ed improbabili, metafore dell’ambiguità
linguistica fra natura ed artefatti.
Parafrasando l’elogio della follia di Erasmo, sembra quasi
un andare controcorrente con passione, in disprezzo delle abitudini,
proponendo nuove avventure: a volte presupponendo, a volte negando
l’equivalenza tra l’azione umana e quella della natura,
si scrutano possibilità latenti attenuando o esaltando, con
il rigore di impianti geometrici ortogonali, gli elementi ricorrenti
delle cave e la morfologia naturale.
Oltre alle pietre il comune obiettivo è svelare le cave dalle
quali sono emerse.
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