La pietra rubata. La pietra svelata.
Di Massimo Locci Foto di Silvia Messotti
Pensando al titolo da dare alla manifestazione mi venne in mente
il celebre racconto poliziesco di Edgard Allan Poe “La lettera
rubata” ed escogitai una doppia parafrasi, una riguardante
l’oggetto del contendere ed una l’evento scaturito.
Qual’è il travaso di situazioni e dei temi suggeriti
dalla narrazione?
Una lettera compromettente è stata rubata a una dama della
famiglia reale da un ministri intrigante; l’evento suscita
il sospetto, perciò l’abitazione del ministro viene
perquisita con accuratezza, ma della lettera non si trova traccia.
Il prefetto di polizia, non ottenendo soluzioni, decide di interpellare
l’investigatore Dupin. Il brillante detective capisce subito
che la lettera deve essere in un posto talmente normale da non essere
notata: la scopre, infatti, proprio perché è troppo
naturale la sua collocazione, troppo reale il suo stato d’uso.
Si impadronisce perciò della lettera e la sostituisce con
una falsa, ancora più realistica e simile all’originale,
ma che contiene una frase in più, una citazione, una traccia
che, svelando e dipanando la matassa dell’intrigo, ne occulta
definitivamente la vicenda.
A Poggio la pietra-lettera non si trova, risulta occultata dai mille
veli della quotidianità: eppure è sotto gli occhi
di tutti, nelle antiche cave, sui portali, nelle fontane; c’è
bisogno di un fatto creativo che soddisfi l’urgenza di eventi
che la realtà sembra negare. Le opere sono così un
atto di simbolizzazione e trasposizione, sul fronte dell’immaginario,
di questa necessità. L’atto artistico, peraltro, contiene
un contrasto intrinseco: da un lato annulla-svela gli automatismi
della ripetizione, che impediscono la percezione della realtà;
dall’altro afferma, contemporaneamente, che la verità
del reale coincide proprio con quegli automatismi che la ricoprono.
L’iniziativa, apparentemente frammentaria, ha per strumento
la curiosità e la provocazione; gli artisti se ne sono serviti
per esorcizzare la morte dell’arte ed il suo lugubre corteo
di paure e scetticismi. A noi non resta che riabituarci a “vedere”
entro e oltre le trame da loro intessute per riannodare i fili con
la storia, con le tecniche dimenticate, con il linguaggi e le elaborazioni
anche in sospeso del fare scultoreo.
Esistono, in questi lavori, componenti di ricerca molto diversi,
ora antitetiche ora complementari; emergono alcune discontinuità,
eppure il risultato complessivo appare estremamente vivo ed unitario.
In ciascuna opera, traspare, nella specificità del linguaggio,
una calcolata proiezione verso le altre, che va oltre l’unità
di materia e che tende a definire un ordine maggiore, una griglia
su cui si inseriscono gli assali e gli elementi a sorpresa. Un rigore
costruttivo che si è via via definito senza implicita progettazione
dal semplice scambio interpersonale e dalla suggestione, rituale
e surreale, dalla situazione.
Gaetano
Russo elegge, in tal modo, il luogo a opera e poi, ne privilegia
gli scarti e le consunzioni in veste immaginaria: a cominciare dallo
sfondo, che è materia da liberare, tutto viene coinvolto
nella composizione. Ogni strato di pietra e di colore, sia esso
visibile o occultato, dichiara la sua appartenenza all’opera,
giacché materia e segno non si pongono come dualità
e problematicità, sono presenze che l’artista libera
ed aggancia nell’atto stesso del fare.
Anche Ghislain Mayaud è affascinato dall’avvenenza
arcaica della materia: dapprima sembra quasi intimorito da questa
presenza, in seguito intuisce che può affrontare la luce
dalla parte dell’ombra, cioè con lo sguardo della memoria,
e riesce a capirne i segreti, mostrandone orgoglioso il sigillo
sull'emozione di un informale appena scalfito da gesti-azioni ad
alto potenziale.
Emilio
Farina parte da una forma compatta e ne corrode i margini,
nega poi i nessi strutturali che legano massa e materia attraverso
mutamenti continui di frequenza. Le forme, accentuando il proprio
ritmo, occupano lo spazio e si spingono ai limiti della superficie
in concorrenza con i segni che, poco prima, ne avevano intaccato
la massa.
Per
Vito Trombetta invece, la schermaglia tra i materiali
continua entro e oltre le forme; il blocco compatto si frantuma
presentando una ferita levigata a stucco, che si lega indissolubilmente
con la lastra trasparente; questo genera lo slittamento delle due
metà, la stessa lastra non è che un semplice supporto
per un nuovo alfabeto di segni e calligrammi.
Elisa Chierici lavora ai margini del quotidiano, infrangendo e spezzando
il centro della visione, o di ciò che è presunto tale;
il suo lavoro rende tangibile la mania e l’ossessione di quell’ammasso
di pietre, simulacro dell’antico castello.
Pasquale Liberatore persegue, a sua volta, la logica del frammento
e, attraverso l’allusione, la sospensione e l’ambiguità,
apre la soglia del tempo, ci mostra la verità dalla parte
della storia assente, della rovina e della dispersione della morte.
la pietra è frammento di sospensione ma non svela l’arcano
del mito; i ruderi colpevolizzano il passato, la nuova soglia della
scultura è satura di rimorsi e non riesce a riscattarne il
ricorso.
Vito Bucciarelli non si lascia suggestionare dal
luogo: non ne ha il tempo. La sua forza è nella libertà
di coinvolgersi completamente nell’opera; di farsi gioco degli
schieramenti e delle ambiguità della visione.
Dal distacco al coinvolgimento totale il passo è breve, anzi
simultaneo: egli stesso anima le figure che si rincorrono nella
giostra della storia, per di più rese aggressive dalla immutabilità
di un moto paradossalmente statico.
Edgardo
Abbozzo nelle sue complesse iconografie segniche occulta
le allegorie alchemiche e magiche del processo. L’uso dell’acido
spalanca nuove soglie per la rivelazione della materia, ma non individua
percorsi privilegiati, anzi accentua l’aura iniziatica dell’atto
artistico, che si rifugia nelle pieghe arcane della scrittura storia.
Oscar Turco individua il segno della precarietà esistenziale;
trasforma il blocco di pietra in ara sacrificale e là lascia
che la traccia del tempo e degli eventi possa incidere liberamente
nell’opera.
Giovanni Di Pietrantonio si cimenta nelle tecniche tradizionali
di lavorazione; con scalpello e bocciarda sbozza una figura emblematica,
composta e ritualizzata, in equilibrio e realismo e metafisica,
cosciente di una condizione perduta e in attesa di nuove tensioni.
Il grande cono amplifica i silenzi e i vuoti della contemporaneità,
lacera ironicamente i timpani e le espressioni della banalità,
infrange gli echi dell’esistenza senza gioia.
La voce interna della materia risulta non sopita né diaframmata;
imprevedibile, essa si dilata più in profondità e
più a lungo del suono stesso.
Nelle foto di Silvia Massotti si ritrovano tutte le tracce dello
svelamento: per l’eccellenza del mestiere e per l’elaborazione
puntuale della tecnica di ripresa. Emerge anche una tendenza alla
monumentalizzazione, una volontà di “murare”
solidamente le immagini attraverso sensibili passaggi di luce. Questa
componente non è casuale in quanto la formazione della Massotti
è fortemente condizionata dagli studi sui “muri”
e sui luoghi architettonici; e queste suggestioni riemergono, sacralizzando
le immagini.
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