
Introduzione alla Biennale
di Andrea Taddei ANDREA TADDEI
Questa seconda biennale che oggi svela i suoi contenuti, attraverso le tre sezioni di Arte Design, architettura, porta nel suo bagaglio di esperienze sia alcune certezze consolidate nel percorso, ed affinate nel tempo, sia altrettanti dubbi. Questi rappresentano il palesarsi dello stato di crisi di prospettiva storica che oggi investe tutti, le nostre coscienze, e ci riguarda in particolar modo in quanto destinati a misurarci con il "cambiamento" per operare in questa direzione, già segnata dagli eventi storici degli ultimi due anni, non resta che lo strumento critico, testimone della nostra volontà di superamento della condizione di stasi, funzionale agli estremi, sia ai tradizionalisti sia ai patiti della tecnologia.
Il progetto diventa così ambito del confronto e dell’atto "creativo".
Esso non è omologabile, è il referente della coscienza del reale, è sintesi rigorosa del presente tra memoria e immaginario.
È necessario quindi interrogarsi, porre le basi per un progetto unitario, muovendo da quelle basi interstiziali che fungono da soglia tra le "arti". In quei lembi della conoscenza, dove il riverbero delle regole specialistiche/culturali, che danno corpo ai comportamenti progettuali riconducibili al fare arte, fare architettura, fare design, si fa più lieve e meno condizionante, forse solo in questa condizione può nascere la vera forma utopica del progetto. L’ipotesi di ricucitura che questa manifestazione vuole sollecitare appare troppo ambiziosa per essere assolta dalla Biennale "La Pietra Svelata", ma indica la volontà di una prima sperimentazione circoscritta che cerca di superare l’astrattezza dell’assunto, attraverso una via concreta e gradualmente operativa.
La definizione preliminare dei punti di soglia e di contatto attraverso la Pietra, in questa mostra si traduce in una convivenza rispettosa (che non sconfina nella scambiabilità automatica dei ruoli disciplinari) legata ad un attendismo tattico, percettivo e ricettivo tattico, percettivo e ricettivo delle mutazioni in atto. Il nostro è stato un lavoro di verifica dei contorni, articolata nelle coniugazioni delle sezioni "materia e progetto:architettura /arte/design" ricomposto con lo strumento analogico della Pietra.
Si è scelta la materia Pietra come catalizzatore delle azioni progettuali, perché in queste nostre terre essa è sinonimo dell’abitare, del luogo del produrre, ma soprattutto rappresenta l’emblema storico. Tutto ciò ci impegna in un viaggio all’interno dei sistemi della tradizione, per una ricognizione dei valori della persistenza, per arrivare alla messa in crisi del dato storico, fino al loro "superamento".
Questa manifestazione nasce senza tesi preordinate o preconcette, ma la sua stessa natura sperimentale, mette in discussione l’imperante senso di "conservazione", che continua ad operare in una visione classica, nella convinzione che si possa eludere il "tempo".
Questa disponibilità a capire ad accettare la metamorfosi del reale in tempi infinitamente ridotti, ci rende soggetti contemporanei, impegnati ad operare con i nostri strumenti culturali,
 (purtroppo non adeguati a discernere nella molteplicità degli eventi) la ricerca di una "nuova modernità".
Il nostro tempo vive il recupero del frammento storicistico, con la strategia a ricollocarlo nel contesto informativo deputato a restituirgli plusvalore di modernità e con pari intensità si nutre disinvoltamente di un immaginario tecnologico. Questo spiazzamento di intenzionalità, che omologa passato e futuro, "neutralizza" il tempo del presente rendendolo facile terreno di colonizzazione di qualsivoglia empirica invenzione atta a soddisfare i bisogni transitori. In questa sfera del presente che biologicamente si fa domani, impera la relativizzazione delle direzioni del "cercare" e/o del "ritrovare", accompagnate dal sottile dubbio che ogni azione tesa al rinnovamento possa polverizzarsi in quanto priva di certezza storica. L’architettura, l’arte, il design, sono confinate in questa "nebulosa atemporale", sospinte dalla necessità di sedurre, stabiliscono di volta in volta il limite della convivenza/convenienza.
In tal senso è possibile verificare (anche in questa Biennale) opere scultoree che alludono a forme d’uso, presenti nel design avanzato, e prototipi che assumono veste simbolica quasi evocativa, arrivando a cimentarsi con la sfera dell’arte.
Il valore d’uso dell’arte, il valore evocativo dell’oggetto, il valore ripetitivo / seriale dell’architettura, ci spinge a riconsiderare il rapporto canonico tra le Arti, sebbene appaia lontana una Architettura e un Design che trascenda lo scopo, ed un’Arte che sceglie di abbandonare l’aleatorietà per assumere le vesti di elemento funzionale.
Ci sono esempi chiari dove l’arte abbandona i luoghi deputati per entrare nel quotidiano come la "land art", che arriva ad istituire interdipendenze fisiologiche con il territorio stesso, per alzare la soglia dell’interpretazione, fino a diventare ausilio di una corrente urbanistica del restauro del paesaggio.
In questo caso l’arte è investita più che da un valore d’uso, da un parametro di controllo e di ridefinizione, che diventa di uso in seconda istanza.
Come la "performance" che in quanto rituale, assurge a indagine psichica nel contesto contemporaneo più profondamente laico. Ritengo quindi sia giusto arrivare alla frantumazione delle "separatezze", generate dalla cristallizzazione del sistema di regole strutturanti le discipline in questione, per permettere nuovi accostamenti e sperimentazioni espressive, ma è impensabile che questo processo di trasmigrazione di informazioni tra le "arti", avvenga senza un progetto globale che rappresenti e sostenga con un "paradigma" teorico, le nuove forme di creatività.
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Si può costruire la memoria con il futuro?
di Nicola Pagliara Ho attraversato
di notte, fra luci gialle e verdi, una Sulmona di pietra con l’aria
di apparato scenico per un melodramma eroico fine ‘800. Le luci
gialloverdi avevano trasformato i paramenti bianchi, in fantasmi di gesso
ocra, esaltando nei punti sbagliati angoli e stipiti sporti e gattoni.
La mattina alle sette, un’aria fredda e tagliente ed il sole dell’alba
avevano rimesso i rapporti a posto, i pesi, i portali e gli archi rampanti,
con le loro belle ombre, il vibrato delle modanature, gli squarci oscuri
in controluce. Un tempo di notte, una città di pietra si spegneva
e né insegne, né lumi potevano consentire un uso tranquillo,
che anzi da ogni angolo un brigante o che so io, saltava fuori dal buio
a tagliarti la gola ed il borsello.
Nella città di vetro e di neoprene e droghe di alluminio, sfolgorante
di luci e di insegne, il crimine non si presenta dietro l’angolo
avvolto in mantelli cobalto, ma sfreccia su moto di gruppo cromate e coltelli
veloci escono dalle fondine di Smith and Wesson.
Basta starci a questo gioco ancora per un po’ e gli architetti,
avendo smarrito l’origine della memoria, puntando su display luminosi
“mouse” elettrici, progetteranno (si fa per dire) in un baleno,
le rotazioni celesti in prospettiva di scatoloni in high-tech, che noi
per vederle aspettiamo con ansia vent’anni che siano finite, per
girarci intorno e dargli gran pacche ai culi di pietra o di marmo, con
le vene azzurrine come quello dell’indimenticabile Maria……
Non so da dove venga questo mo amore per i blocchi di graniti o di calacatta
dorata, so solo che passeggiando nei depositi di Carrara, di Trani o di
Verona, inseguito dall’inserviente come l’acqua nella secchia,
innaffio le piante a filo di sega e le faccio risplendere lucide, sfiorandone
i disegni della natura, i sedimenti e le alluvioni, i terremoti e le eruzioni.
I blocchi diventano d’incanto una biblioteca d’incunaboli
e se una conchiglia o un trilobite affiorano in un’arenaria spaccata,
immagino la sorpresa di quel giorno ed i lampi e le savane in fiamme.
Così quella pietra diventa per me la “madleine” di
Proust e i suoi colori mi rimandano alla memoria gli erbari e gli album
etnologici che sfogliavo nella vecchia casa di Monrupino.
Non è dei miei sogni una casa di pietra ( se non una piccola e
per me) anche se almeno tre volte, lavorando di punta e scalpello, ho
messo in piedi montagne di sassi negli anni sessanta. Non sogno città
costruite sogno città costruite su blocchi squadrati, anche se
il fascismo di pietra, di Elba o di Corinto insidiano, come i tormenti
satanici di un santo, le mie notti agitate. So che il mio tempo è
un tempo di ferro; l’ho capito da almeno trent’anni, da quando
ho visto rotolare giù dal monte di Fuenti gli enormi blocchi che
divisi in pietre da tanti scalpellini dovevano trasformarsi in muri di
una specie di rocca di torre aggrappata alle rocce della costiera.
Decisi
che quell’esperienza, la terza, poneva fine ad una competizione
fra me e l’architettura del passato, perdente naturalmente ma già
abbastanza cosciente per metterla da parte, come ogni arte imparata è
utile a costruire gli strati della nostra sapienza. Poi sono venuti negli
anni ottanta, dopo il terremoto, restauro di pezzi cadenti, di casoni
di pietra nei centri storici dove la ruspa selvaggia l’ha fatta
da padrona. E poi un palazzo “eclettico” fine ‘800,
dove nel ’49 avevano sfasciato la base, aprendo un microportico
rivestito in bardiglio cappella, da chiudere o restaurare. Insomma incarichi
definiti “difficili” già dalla committenza; affidati
con amorevole affetto a chi sapevano, se ne sarebbe assunto il rischio.
Cominciai allora a pensare che la mia esperienza sul lastrame di marmo,
con il quale negli anni ’70 avevo incartato le case, da dentro e
da fuori ed i mille modi di attacco, di spigolo e di basamento che avevo
dovuto studiare se ne andavano a pallino con il mio mondo lucido, e supportato
da grovigli di ferri che salgono su da muri puliti. Le pietre usate negli
anni ’60, diventavano – per me – un’altra cosa,
messe fin qui l’una sull’altra a sacco, per alzare pareti
e rinfianchi di “ville” a strapiombo sul mare. Bisognava capire
in che modo le pietre in aggiunta ad un muro già vecchio, si integrassero,
come parte “normale” dell’aria che tira in un luogo
e curate, nel precisarne gli assetti e la forma, in modo che ciascuna
ricucisse il discorso brutalmente interrotto, mantenendone il senso, usando
il linguaggio nostro; quel disincantato: bla bla, pieno di ok, di yes
e di top; di clips e brek e di network.
Insomma bisognava che nelle parti componenti lo stesso discorso, fossero
i frammenti schizoidi della nuova “langue”, ad esercitare
quel senso di realtà sconnessa, imprecisa ed arcaica, che fa appartenere
il fraseggio attuale al nostro sistema di segni. Un mito nel quale da
sempre apprezzavo l’impegno, divenne per me modello morale: Viollet-le-Duc
con la sua trasgressione da “dandy”, più Wilde che
Tolstoy, con la sua ironia sottile nell’interpretazione del tempo;
il gioco sapiente della reinvenzione, mescolato al piacere di sperimentare
l’antico con i mezzi espressivi del mondo moderno, mi ha dato il
coraggio e la forza di rischiare la manipolazione dei contenuti.
Più procedevano le analisi sulla semantica dei componenti; più
arricchivo di parole “gotiche” la mia memoria.
Più attribuisco materiali diversi alla loro elaborazione e più
salta fuori che la trama del resoconto amoroso, coincide con il senso
antico di quello spazio e potrebbe portarselo a spasso all’infinito,
come in un rosario “da-da” (tipo cadaveri squisiti), aggrappandosi
all’ultima parola palese, per aggiungere alla storia un grazioso
nuovo aforisma.
Io credo che costruire sia tutto racchiuso in questo fazzoletto: l’uso,
la struttura e il suo materiale; lo spazio. E non è poco se si
aggiunge che questi ne sono soltanto i componenti di base: la fame, il
fuoco, la crusca e che il quarto lo spazio come il profumo, il sapore,
è l’ironico compendio del nostro restituire alla vita, quanto
le abbiamo rubato. La pietra che indifferentemente rotola sul greto o
rocciosa sfora una parete di muschio, lasciata al suo posto, ferma per
sempre la nostra natura. Ma se le si fa costruire un leone o una piuma,
il cavallo di un eroe o un portale, taglia lo spazio con le sue squame
policrome e gioca con te una magica partita.
La posta è evidente: continuare la vita.
Ora mi chiedo se ne valeva la pena, ricominciando a ragionare da capo,
di buttare chi sa in nome di che, tutta la nostra cultura.
E vorrei proprio sapere con quali strumenti e in quanto tempo riusciremo
a capire in che modo e perché nella coscienza di un vano di pietra,
nella sua costruzione, è racchiuso interamente il senso ed il peso
del nostro mestiere.
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