La proposta così formulata
negava risposte assolute affidando alla problematicità delle
singole operazioni artistiche il modo di interpretare i luoghi,
riconiugando la storia con l’arte, trovando il punto di convergenza
o meglio di contatto tra paesaggio storico e paesaggio artistico
nella “natura”, in questo caso la natura del “luogo”
nella sua forma espressiva più consueta, emblematica di una
lenta trasformazione, in assoluto, riferimento di tutte le evoluzioni
umane.
Si è trattato quindi di andare a leggere, isolare, interpretare,
con gli strumenti empirici dell’arte, le “forme”
derivate dall’intervento antropico sul paesaggio, di setacciare
le stratificazioni dei segni riportando alla luce quelli originari,
di comparare lo scarto dimensionale tra “vuoto” della
campagna ed il “pieno” urbano, di astrarre i codici
fondativi dal contesto ambientale, rendendoli oggettivamente intellegibili,
quindi trasferibili dalla lontananza temporale nella quale inerzialmente
risiedevano alla quotidianità.
Attraverso la stigmatizzazione della interdipendenza tra natura/arte,
in questo luogo dove i conflitti sembrano assopiti, i gesti quotidiani
sospesi nella atemporalità, il laboratorio di Goriano, in
un certo senso ha cercato di dinamizzare il rapporto tra spazio
espanso della campagna e lo spazio concluso, tipologicamente definito
del tessuto urbano. Questa azione ha rotto la stasi rarefatta del
posto, simile ad un limbo determinando un’ideale ricongiunzione
tra il “castello” ed il centro urbano. Il primo rimosso
dalla memoria, il secondo accettato nell’uso. Tutto ciò
è avvenuto in una sottile traslazione di ruoli tra il portato
naturale e le “opere”, le quali sebbene inscrivibili
nel tempo e nello spazio apparivano orfane dei luoghi deputati alla
scena artistica, costrette quindi a superare l’insicurezza
di fronte alla non certezza dei limiti dello spazio assegnato.
La collocazione degli interventi lungo la strada, che congiunge
il “castello di Goriano” (cinta fortificata XII sec.)
con il paese (XV sec.), ha prodotto analogie con il rito insediativo,
riportando alla luce la migrazione della collettività di
Goriano nell’attuale centro urbano ed il movente che l’ha
prodotta.
L’azione artistica seppure effimera ha introdotto una contaminazione
virtuale dell’ambiente che si apre a nuovi scenari, e ci informa
sui molteplici aspetti di un restauro paesaggistico.
Questo tipo di approccio ha permesso di superare i limiti della
pura intenzionalità dell’arte, verificando nel contesto
in cui essa opera la possibilità di interagire con altri
sistemi (sociali/ambientali) fino ad acquisire uno scopo, quindi
valore d’uso. gli interventi non vogliono alludere ad una
rifondazione dello spazio aperto, ma ad una occupazione simbolica
dei luoghi dell’abbandono, ad una invasione temporanea della
memoria collettiva (come nei riti popolari della “festa”).
La diversa rappresentazione di queste geografie storiche ha messo
in crisi il modello di fruizione del territorio, insinuando una
visione alternativa di quei luoghi di confine, attribuendo a un
percorso funzionalmente degradato, una nuova gerarchia dipendente
dalle opere, dal loro campo di dominio, dalla loro capacità
di istituire un rapporto dialettico con le rare emergenze architettoniche.
Goriano “laboratorio aperto”, pur con molti limiti,
si è confrontato con un campo più vasto, quello del
restauro ambientale, rievocando i segni depositari del sapere attraverso
il magico rituale della costruzione dell’opera che interviene
come catalizzatore delle memorie, dei documenti, dei racconti, astraendoli
e riconfinandoli in un insieme che ha caratteri di incompletezza
e di rottura, necessarie a rimettere in discussione una visione
statica del paesaggio.
Goriano Valli
di Massimo Locci
L’intervento artistico, che Giancarlo Gentilucci
e Andrea Taddei hanno voluto sperimentare a Goriano Valli, si fonda
sul convincimento che i luoghi, ove la presenza antropica è più
antica, sono ambiti naturalmente destinati a rivestire un ruolo
cardine nel sistema delle relazioni sociali in assoluto un “luogo
della comunicazione”. Nello specifico un lembo di territorio è stato
scelto quale ambito per il confronto tra figure simboliche ove i
monumenti antichi e le opere d’arte moderne rivestono un ruolo rappresentativo
della forma insediativa, artistica ed architettonica. Un gioco sottile
e tendenziale, un viaggio nella geografia dei concetto che mira,
nell’azzeramento della distanza attuale tra società civile e arti
visive, a definire un nuovo territorio di confronto. L’arte si concretizza,
quale strumento della metafora, quale svelamento di meccanismi simbolici,
ed opera nella contaminazione della cultura: quella antica, non
più rintraccciabile nel presente, e quella contemporanea, che ancora
non è riuscita a superare le resistenze delle tradizioni. Le opere
sono state inserite in alcuni ambiti prefissati del centro antico,
nel territorio circostante ovvero sono state messe a confronto diretto
con opere architettoniche del passato.
La loro presenza tende ad evidenziare interpretazioni critiche sul
luogo o, viceversa, a far emergere la perdita di valore di quel
luogo, il modo di stimolare reazioni negli osservatori, troppo spesso
disattenti ai significati più profondi. Un’operazione condotta coralmente
che supera i valori effimeri, tipici di molte performance: un concreto
tentativo di far emergere i valori dell’antichissima struttura antropica
di Goriano Valli e della sua rocca. L’iniziativa è stata programmaticamente
denominata “laboratorio aperto”, per contrapporsi al sistema chiuso
vigente, all’immobilismo delle amministrazioni locali e delle strutture
sociali; anche se in questa circostanza il Comune di Tione degli
Abruzzi si è dimostrato sicuramente sensibile nel salvaguardare
e promuovere questo suo lembo di territorio. Gli artisti invitati
sono: Luigi Battisti, Jorg Grunert, Udo Hoffmann, Sergio Nannicola,
Chritophl Platz, Gaetano Russo, carmine Tornincasa. Svanita l’epoca
in cui l’artista era un mago, con capacità demiurgiche e religiose,
ora egli è attento a “fare” come nuova ideologia e valenza estetica
autonoma. I loro interventi dimostrano come sia necessario fare
in modo che l’immaginario artistico non rimanga patrimonio degli
esteti ma possa nuovamente essere compreso dalla società. Questa
iniziativa, forse disorganica e velleitaria, ma vivace e ricca di
stimoli, è stata costruita con questa finalità. Percorrendo l’itinerario
che i curatori hanno voluto predisporre, mi accorgo che la suggestione
dei luoghi, il contatto con alcune forme espressive della cultura
autoctona, le tradizioni ed i rituali legati alle attività produttive,
hanno significativamente e positivamente condizionato l’opera degli
artisti invitati. Le sculture evocano in maniera prepotente le ciclicità
e l’immobilità degli eventi temporali. L’immagine rivela nel rimando
circolare all’origine della materia e della forma, il tentativo
di far congiungere il passato più remoto con le prospettazioni future,
l’alfa e l’omega.
Al di là dell’apparente distacco delle problematiche linguistiche,
in quasi tutti i lavori emerge una chiarezza compositivo, una nitidezza
d’impatto che conferma materia e segno. Sarebbe
errato soffermarsi ad una superficiale analisi di ciò che appare:
è necessario acquisire un determinato distacco per accorgersi quali
significati simbolici ed allusivi sono reconditamente contenuti.
Questa dimensione allegorica però non sconfina mai lungo le ascendenze
surrealiste; le radici tematiche sono viceversa quelle che si legano,
nell’adesione alla prospettiva alchemica, agli elementi primordiali
e scatenanti della natura, terra e fuoco, alla spazialità come mistero,
alla profondità che oltrepassa le soglie della visibilità immediata.
In una porzione finita di territorio, un chilometro dal paese di
Goriano Valli alla sua rocca, ma simbolicamente estesa all’infinito,
queste opere valgono all’infinito, queste opere valgono come un
tassello di un quadro della superficie sterminata. Sono forme che
si selezionano e si rispecchiano nell’altra: un triangolo di pietra
e fuoco (Sergio Nannicola) si contrappone al cerchio di cotto e
cenere (Jorg Grunert), fino a dar vita all’intreccio formale, alla
pratica dell’accumulazione semantica. Due opposte modalità espressive:
da una parte la tendenza a geometrizzare, a rendere razionale e
ordinato il sistema della visione, dall’altro la forma, impalpabile
e iniziatica, dei lembi di fuoco, che si dilata allusivamente oltre
i suoi margini. Complesse iconografie visionarie, metafore iniziatiche
e magiche che ci ricollegano idealmente “all’inscrivibile contorno”
di cui parla Rilke. Partendo dalla bellezza effimera, si allude
all’eternità dell’arte e della scrittura cifrata, che fa riemergere
i valori della storia ma apre anche ad un futuro di fantasia, dove
la scultura dimostra di avere già un domani. Il mistero che gli
artisti hanno voluto creare intorno a questo alfabeto di segni,
non verrà mai svelato; nel silenzio della notte il ricordo della
pietra spezzata, dei cerchi, l’allegoria del fuoco lascia spazio
alla scena tragica, al rimorso per l’insipienza dell’uomo nei confronti
della Natura e della Storia. Il camaleonte di ferro e malta di Gaetano
Russo è un immaginario guardiano della Soglia; il custode dei valori
assoluti non poteva essere che una figura mutevole, capace di adeguarsi
alle diverse circostanze. La terra, pur ferita, conserva la sapienza
del passato rappresentato dal rudere della torre. Ai contemporanei
non resta che disperdere le ceneri e sperare che il mesto corteo
funebre si tramuti, ancora una volta, in festa. Eros e Thanatos
sono ancora chiamati a rappresentare il mito della genesi salvifica
nella nuova scena che gli Artisti hanno voluto predisporre. Altri
si allontanano nell’aura mistica ed euforica, caratterizzante queste
installazioni nel territorio, per legarsi al reale, ipotizzano contestualizzazioni
emblematica di fronte ed all’interno di un’antica chiesa. Idee in
forma di pietra, filtrata dalla capacità del linguaggio espressivo,
che si dimostrano incapaci di scollegarsi dalla realtà. La via più
seguita è quella della citazione o auto-citazione, con rappresentazioni
e soluzioni accattivanti del proprio repertorio formale. La trama
di piani intersecanti, i triangoli bianchi e neri di Sukran Moral,
non sono altro che un invito a percepire la condizione contingente
attraverso gli spiragli vuoti tra una lastra e l’altra, attraverso
quegli interstizi che la storia, per il caso o per la volontà di
qualcuno, lascia talvolta non occlusi.
Carmine Tornincasa, con la sapiente maestria, presenta una lucida
elaborazione di forme contrapposte, che rimanda ad un concetto classico
di bellezza assoluta, ad un periodo dove l’ordine regnava e che
non ci appartiene più, fatta eccezione per l’elaborazione tecnico
formale, evanescente simulacro che evoca l’esercizio mentale della
creatività. Luigi Battisti si presenta di fronte alla storia con
una ricerca formale radicale e moderna. I suoi totem emblematici,
si confrontano con l’intorno senza sudditanza, in posizione di scontro
aperto, con figure sovrapposte ed interferenti con quelle originarie.
Tuttavia l’equilibrio che regna da secoli in questi ambienti non
sembra rompersi, proprio perché il nuovo rigore formale conduce
verso un’ascetica assenza di presenza. Nelle composizioni, antico
e moderno uniti inscindibilmente, creano proposizioni spaziali nuove,
un effetto drammatico e alternativo rispetto a quello consolidato.
Altri artisti, mentre cercano di fornire un ordine strutturale alla
pietra che dimostra di possedere una sua vitalità ed autonomia espressiva,
soggiacciono alla forza intrinseca della materia, e risultano sopraffatti
dalla sua fascinazione. La pietra, nella sua forza rude derivante
dall’essere appena cavata, viene lavorata solo con pochi tratti;
come se lo scultore, non appena si sorprende in relazione subordinata,
si fermasse e preferisse far dialogare forme e contenuto nel silenzio
poetico del non finito. L’intervento scultoreo risulta evanescente
come in un ricordo o in un sogno memore di un periodo in cui l’artista
possedeva in sé la forza intellettuale di confrontarsi alla pari
con la natura. Il masso non è diventato scultura ma contiene i segni
che rimandano ad un possibile modo di realizzarsi. Auspicio per
un futuro che ci si augura più attento al ruolo dell’arte nella
società e dei suoi rapporti con gli elementi naturali.
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